Carciofo
di Paestum
I documenti statistici del Regno di Napoli danno
risalto fin dall'Ottocento alla presenza di
carciofi nel comprensorio di Evoli, l'attuale
Eboli, e di Capaccio, in provincia di Salerno.
Le prime coltivazioni dovrebbero essere state
impiantate, proprio nelle aree adiacenti ai
famosi templi di Paestum, ad opera di
agricoltori del Napoletano che dai loro orti di
Schito, a Castellamare di Stabia, trasferirono
nella fertile Piana del Sele il carciofo di tipo
Romanesco, dal capolino sodo e fragrante, la
rigogliosa vegetazione e un arrossamento in
cupola che lo valorizza pienamente, aggiungendo
al buono il bello.
Con il passare del tempo il carciofo coltivato
in Piana del Sele, dove ha trovato una felice
zona tipica di produzione, si è andato
differenziando dalla matrice originaria,
formando l'attuale biotipo detto Tondo di
Paestum, per il quale è in arrivo il
riconoscimento del marchio Igp. |
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La diffusione della coltura specializzata iniziò
verso la fine del 1920, a seguito dei lavori di
bonifica e di trasformazione agraria. Dopodiché
questo prodotto, per la sua crescente valenza
economica, è divenuto pian piano simbolo locale,
ha acquisito diritto di cittadinanza e si è
inserito tra le caratteristiche produzioni di
pregio della Campania. Quella del carciofo,
anzi, ha assunto negli anni il ruolo di
coltivazione più importante della Piana del Sele,
soprattutto da quando ha dovuto sostituire il
pomodoro, caduto in crisi a causa di una
patologia particolarmente grave, la "virosi".
Il Carciofo di Paestum viene oggi prodotto in
quindici comuni della Piana del Sele (tra cui
Capaccio, Eboli, Battipaglia, Pontecagnano e
Serre), su una superficie complessiva di circa
2.000 ettari, e se ne raccolgono non più di
200.000 quintali. Bisogna infatti considerare
che da ogni pianta non si riesce ad ottenere più
di 3-4 capolini rispondenti ai requisiti di
qualità previsti dal disciplinare. La produzione
salernitana di carciofo, comunque, rappresenta
da sola quasi il 90% di quella di tutta la
Campania.
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I capolini maturano nel periodo compreso tra febbraio e maggio: una
caratteristica di precocità, questa, che consente al Tondo di Paestum di essere
presente sul mercato prima di ogni altro carciofo del tipo Romanesco. Vediamo
dunque più da vicino le peculiari prerogative organolettiche e morfologiche che
hanno reso quello di Paestum un carciofo molto apprezzato sul mercato e in
cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e
piatti locali. Ha capolini grandi, dalla tipica forma rotondeggiante, di colore
verde con sfumatura violetta, compatti, carnosi, morbidi e privi di spine nelle
brattee (le foglie), dotati della proprietà di risultare teneri alla cottura. Le
sue doti di bontà sono fuori discussione. Meglio consumarlo fresco o appena
sbollentato con un pizzico di sale e un filo di olio extravergine, ma sa farsi
ghiottamente gustare con un po' di fantasia in tutti i modi, crudo o cotto,
sott'olio o sott'aceto. Poi ci sono le sue portentose virtù salutari e
terapeutiche, dovute tra l'altro al suo elevatissimo contenuto di vitamine e
sali minerali. E' energetico, stimolante, tonico cardiaco, favorisce
l'eliminazione del colesterolo. Un tesoro, insomma. Una volta le nostre nonne
con il carciofo preparavano un "vino medicinale" per la cura del fegato. La
ricetta? Far macerare per 5 giorni, in un litro di buon vino bianco, 20 grammi
di foglie di carciofo fresche, filtrarle, travasare il vino in una bottiglia e
berne un bicchierino due volte al giorno. Provare per credere.
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