Albicocca
Vesuviana
Sulle origini dell'albicocco regna l'incertezza.
C'è chi dice infatti che provenga dalla Cina
settentrionale, mentre secondo altri avrebbe
fatto la sua prima comparsa nell'area
irano-caucasica, da dove fu successivamente
introdotto in Grecia e quindi in Italia. Di
sicuro però questa drupacea ha trovato in
Campania una seconda patria, grazie alle
condizioni ambientali e climatiche
particolarmente favorevoli al suo sviluppo.
Tracce della coltivazione delle albicocche nella
regione sono presenti già nel IV secolo, ma è
nel 1500 che si fanno più precise quando Gian
Battista Della Porta, illustre scienziato
napoletano di quell'epoca, nel trattato Suae
Villae Pomarium le divide in due grandi gruppi: |
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le bericocche, più comuni, di forma rotonda e
polpa bianca e molle, aderente al nocciolo, e le
crisomele, di pezzatura variabile con pasta non
aderente al nocciolo, molto più pregiate per
sapore e colore. Da questo antico termine
deriverebbe il napoletano "crisommole", un
vocabolo ancora oggi usato per indicare le
albicocche. La terra campana fornisce
attualmente, su poco più di 5.000 ettari (le
superfici investite si sono ridotte di oltre un
quarto nel periodo 1989-1998 ma la regione
ancora detiene la leadership per superficie e
produzione) circa 50 mila tonnellate di
prodotto. Nella provincia di Napoli, e più
precisamente nel territorio vesuviano, va
individuato il più antico e tradizionale areale
di coltivazione di questa specie. Qui, pur con
tutte le variabili dovute alle grosse
oscillazioni che si registrano ormai quasi ogni
anno per cause diverse, si realizza il 55-60%
circa dell'intero prodotto regionale e poco meno
di un quinto di quello nazionale, proveniente da
2.200 ettari di albicoccheti. Parte del raccolto
è destinata al consumo diretto e viene collocata
quasi esclusivamente sui mercati locali mentre
una quota considerevole (75-80%) va a rifornire
l'industria di trasformazione per la produzione
di succhi, nettari, confetture e semilavorati.
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La massiccia presenza dell'albicocco nel comprensorio vesuviano è da ascrivere
alla mitezza del clima e all'abbondante fertilità dei terreni che, essendo di
natura vulcanica, sono ricchi di minerali, soprattutto di potassio: un elemento
fondamentale per il miglioramento delle caratteristiche organolettiche dei
frutti (sapore e aroma in particolare). Tale elevata qualità trova testimonianza
in molte fonti antiche. Ad esempio, il "Breve ragguaglio dell'Agricoltura e
Pastorizia del Regno di Napoli", ad opera di autori vari e risalente alla metà
dell'Ottocento, descrive così la coltura: "Dopo il fico, l'albicocco è forse
l'albero fruttifero più abbondante presso Napoli, soprattutto nei contorni del
Vesuvio, dove vien meglio che altrove: e più maniere se ne contano differenti
nelle frutta le quali nel nostro dialetto son chiamate crisommole".
Evidentemente vi era già allora un variegato panorama varietale, in larga parte
di origine autoctona, che offriva frutti diversi a seconda delle caratteristiche
delle cultivar di appartenenza e che conferma la stretta correlazione esistente
tra specie ed ambiente. Stando al disciplinare che regola la produzione dell'Igp
Albicocca Vesuviana, attualmente in corso di istruttoria presso l'Unione
Europea, l'indicazione geografica protetta designa il frutto dei biotipi
corrispondenti alle cv Baracca, Boccuccia Liscia, Boccuccia Spinosa, Ceccona,
Fracasso, Monaco Bello, Palummella, Pellecchiella, Portici, San Castrese e
Vitillo, coltivate nel territorio di 19 comuni della provincia di Napoli con
metodi di allevamento concepiti su basi tradizionali. Tra i caratteri comuni
alle albicocche vesuviane troviamo la pezzatura medio-piccola, l'intensità del
profumo, la polpa "spiccagnola" e zuccherina, la presenza di un sovracolore
rosso o punteggiato sulla base giallo-arancio della buccia levigata. Un'altra
peculiarità consiste nel fatto che la maggior parte di esse risultano a
maturazione precoce e medio-precoce e la raccolta, esclusivamente manuale, si
protrae dalla metà di giugno a tutto luglio.
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