IL VINO DI SABATO
(AGO PRESS) I generosi prodotti dell’agricoltura sorrentina, dalle
noci alle
arance, passando per
i
limoni ed il famoso
olio d’oliva, hanno da
tempo raggiunto una notorietà che supera i
confini nazionali.
Uguale sorte non è toccata ai vini della
penisola, che pure hanno rivestito un ruolo
fondamentale nel panorama agricolo sorrentino,
almeno fino agli anni Cinquanta del secolo
scorso.
Ciò è in parte dovuto alla bassa gradazione
alcolica del vino della costiera e a tecniche di
produzione non sempre rispettose dei processi di
fermentazione e di stagionatura.
Tuttavia un vitigno autoctono, coltivato nelle
zone collinari di Vico Equense, ha le
potenzialità giuste per essere annoverato tra i
migliori vini campani: si tratta del vino “di
sabato” (“e sapt” nel dialetto locale).
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I casali di Seiano, Montechiaro ed Arola,
rappresentano il centro di produzione delle uve
da cui si ricava questo prezioso nettare molto
simile, per sentore e corposità, al più noto Aglianico.
Il vino di sabato ha origini antichissime. Con
molta probabilità, questo vitigno fu introdotto
nella penisola sorrentina dai Greci, a cui si
farebbero risalire l’edificazione di alcuni
terrazzamenti presenti tra i comuni di Meta e
Vico Equense, presso la località di Alberi.
Più tardi i Romani si servirono delle uve di
sabato nel processo di produzione del Falerno,
il vino campano celebrato dai poeti
dell’antichità classica, presente tanto ai
banchetti degli imperatori, quanto nelle
provviste che seguivano gli eserciti ed i
generali durante le grandi imprese
espansionistiche dell’Impero.
Nei tempi a noi più vicini, e fino a qualche
decennio fa, quest’uva veniva adoperata per
trasformare i vini bianchi, prodotti nelle
campagne di Sorrento e Massa Lubrense in rossi,
secondo una prassi molto discutibile. |
Solo negli ultimi anni il vitigno di sabato,
coltivato su pochi ettari, sta gradualmente
assumendo la dignità che merita nel panorama
vinicolo campano.
Esso ha una resa massima per ettaro di 10 quintali.
I grappoli presentano una grandezza media, più o
meno compatti, con acino sferoide, buccia spessa e
polpa succosa.
La raccolta avviene tra la fine di settembre e la
prima decade di ottobre. Il processo di
vinificazione è ancora, in gran parte, quello
tradizionale.
L’uva viene pigiata in un locale (palmento), con la
pavimentazione lasciata grezza ed in leggera
discesa.
In questo modo si favorisce il deflusso dell’uva
pigiata verso un tubo, costituito spesso da un
tronco di castagno, che immette in un vano
sottostante (cellaio), dove si trovano le botti di
vino.
Il prodotto che si ottiene è un vino secco, robusto,
dal sentore intenso, che si accompagna ai piatti a
base di carne ed ai formaggi locali, come il
Provolone del Monaco, realizzati nei numerosi
caseifici delle colline vicane e dei Monti Lattari.
Marco Mantegna. |
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